Servire, non servirsene

29 Agosto 2023

Era una delle tante mattine passate ad Anzaldo in questo mese, non differente da molte altre.

Io e Pietro, due facce stanche sopra una tazza di caffè latte, davanti a noi la tavola imbandita con un cestello pieno di pane e due vasetti di marmellata fatta dalla Macchi.

Il silenzio venne rotto con parole molto simili a queste: “Stanotte ho fatto vari ragionamenti su di te Guglielmo… alla fine dei conti, perché sei qui?”. Sul momento diedi risposte molto vaghe e fugaci, ora, invece, mi trovo a ripercorrere più lucidamente le motivazioni che mi han portato in Bolivia e che aspettative avevo da questa esperienza.

Sono partito perché mi sentivo in dovere di mantener una promessa che avevo fatto a me stesso, e non solo, nel lontano 2019, quando ero ancora al primo anno di Medicina. Fresco della lettura di “Pappagalli Verdi” di Gino Strada avevo iniziato a capire che la prima regola per essere un bravo dottore è “servire, non servirsene” e che, se avessi voluto rispettarla, non avrei potuto continuare a spendere le mie estati su una sdraio sotto l’ombrellone.

La mia partenza è stata programmata a gennaio 2023 e, sebbene nei mesi successivi sia stata un pensiero ricorrente, da subito mi ero imposto di non avere alte aspettative. Era il primo viaggio così lontano da casa e il timore che le mie fantasie crollassero una volta arrivato in Bolivia erano un ottimo deterrente anti-sogno. Non avevo letto il libro di Pietro, non gli avevo chiesto particolari delucidazioni sul mio ruolo o su come fosse Anzaldo.

Seduto sull’aereo Madrid – Santa Cruz l’unica cosa che riuscivo a pensare era che in Bolivia avrei voluto fare davvero la differenza, non riuscendo totalmente a sopprimere la presuntuosa idea che avrei salvato delle vite.

Come si può ben immaginare non ho salvato nessuno, ma penso di aver lasciato piccoli segni del mio passaggio: ho visitato certo, però, anche redatto dei protocolli di mantenimento per i pannelli solari, ho aggiustato la presa di corrente del consultorio 3, ho aiutato a riparare l’autoclave e varie porte dell’ospedale. Era quello che mi aspettavo? Neanche lontanamente, tuttavia mi trovo al termine di questa avventura con un’altra consapevolezza.

Un mese ad Anzaldo è stato come un battito di ciglia, ma riassumere quanto questa esperienza abbia svoltato la mia vita non è semplice, proverò a farlo descrivendo il legame formatosi con le quattro persone che mi sono state più vicine durante la mia permanenza: Macchi, Norma, Antoine e Pietro.

Di Macchi ricorderò per sempre le chiacchierate dopo cena, quando, unici ad essere svegli in tutta la casa, ci scambiavamo il ruolo di uditore e narratore con scioltezza, aprendoci vicendevolmente le porte del passato e invitando l’altro ad entrare. Il calore che ha saputo emanare in ogni sua singola parola mi ha scaldato il cuore, facendomi anche sciogliere in celate lacrime di emozione. 

Norma invece è stata come una sorella: un essere sensibile, solare e delicato o, come canta il nostro amato Battiato, un essere speciale. La sua profondità è stata ciò che più mi ha sbalordito, arrivando anche a mettermi in difficoltà con la domanda infrequente: “Eres tu onesto con te mismo?”. Bella domanda Normix, bella domanda…

In Antoine ho trovato un grande amico, uno di quelli che solo incrociandoci lo sguardo non puoi che sorridere. Con sigaretta in bocca e cielo stellato sulla testa, ho potuto gustarmi la sua vita itinerante, i suoi racconti universitari e i suoi consigli su come fare il medico (perle preziose che ho messo in tasca e che mi porto in Italia, la dogana dovrebbero passarla). Caro Antoine, ti auguro di stare sempre una crema, mi mancherai.

Di Pietro non posso che iniziare a dire che sono infinitamente fortunato ad averlo conosciuto. I primi giorni di permanenza non sono stati facili, abbiamo due caratteri simili e forti, che ci hanno messo il loro tempo per capirsi fino in fondo. Chiamando a casa il terzo o il quarto giorno da Anzaldo ricordo di aver detto: “Quell’uomo lavora come un mulo anche se nessuno glielo chiede, finisce di fare le sue faccende anche dopo cena! Sinceramente non lo capisco”. Dall’altra parte della cornetta mi è stato risposto con ironia: “Conosciamo una persona che fa la stessa identica cosa, la conosci pure tu in verità”. Da lì ho iniziato a vedere quanto simili fossimo e di quanto ambissi, e ambisca, a diventare come lui. Mentore quando pijchavo, quando ero in ambulatorio e quando ero in sala, quando eravamo in officina e quando eravamo sul tetto a tentare di riparare i pannelli solari.

Di Pietro ciò che ammiro di più è il coraggio: coraggio di andare controcorrente, coraggio di lanciarsi in attività mai fatte prima a 72 anni e, su tutto, il coraggio di provare a curare chiunque si presenti in ospedale e a qualsiasi ora.

Mi spiego meglio in merito al coraggio di curare: non tutti i pazienti, o loro familiari, sono brave persone va detto chiaramente. L’ingratitudine, la saccenteria e la sfiducia non è scontato farsele scivolare addosso come fa lui. Mentre lo osservo in azione nella mia mente risuona altisonante una voce: “se ci fossero anche solo dieci giusti nella città la salveresti?”, la risposta la sappiamo noi e la sa anche lui, metterla in atto è però tutt’altra faccenda.

In questo mese ho capito che anche per chi fa del bene le insidie sono sempre dietro l’angolo e demoralizzarsi, mollando tutto, sembra spesso la via d’uscita più semplice.

Dove si trova la forza per andare avanti dunque?

La si trova in Antoine che all’1.30 di notte, mentre bevi una tisana sconsolato dopo aver visto una paziente grave, ti chiede con ironia: “stai già facendo colazione Gugli? Astuto!”.

La si trova in Norma che ti poggia dolcemente una coperta quando ti addormenti sulla poltrona del soggiorno.

La si trova in Macchi quando ti versa il latte caldo al mattino.

La si trova in Pietro quando ti dice “dai molla tutto e vieni a pijchare con me”.

La si trova nei piccoli gesti d’amore che ti fanno sentire meno solo di fronte a tutta l’ingiustizia che ci circonda.

Infine, ad Anzaldo ho smesso di pensare che si possa salvare la gente solo con il proprio cervello o con le proprie mani. Preghiamo che i nostri sensi siano sempre guidati da qualcuno più grande di noi:

Aguzza la mia vista, affina il mio udito, guida le mie mani e sensibilizza il mio tatto ma, prima di tutto, scalda il mio cuore. Amen

Guglielmo Ghezzi, studente di medicina volontario in Anzaldo

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