Nella vita bisogna “essere ribelli”

9 Aprile 2026

Tornare a casa non è facile, riguardo le foto e così tante emozioni riemergono. Mi sento così grata per questa esperienza, mi sento così piena e felice nella tristezza che sia già finita.

Sono stata accolta dall’inno d’Italia nell’aeroporto di Cochabamba e, quello stesso giorno, siamo finiti quasi per caso da suor Bruna e le sue bimbe (casa Wasincej).

Sono bastate poche ore per farmi capire che questa esperienza sarebbe stata davvero indimenticabile, proprio come avevo sognato prima di partire. E proprio quel primo giorno, da suor Bruna, è stata donata all’ospedale la strumentazione necessaria per avviare la laparoscopia ad Anzaldo: sembrava una visione. Pietro ha iniziato a parlarmi di “Provvidenza”; all’inizio ero un po’ scettica, perché la conoscevo poco.

Anzaldo è un piccolo paesino, come quello da cui vengo in Italia, ma qui le somiglianze finiscono. Ho incontrato un popolo che vive con poco, dove anche un esame di laboratorio può non essere scontato, un popolo, i campesinos, che vivono di raccolto e foglie di coca. Mi hanno colpita quasi in silenzio, nella loro semplicità, nella loro autenticità.

L’ospedale è bellissimo, con quel giardino attorno che lo rende accogliente, e viverci per questo mese mi ha lasciato dentro qualcosa che resta. Ho fatto un po’ di tutto, quello che serviva in quel momento: non sempre il medico era necessario. A volte serviva qualcuno che sapesse usare un computer, altre un segretario, altre ancora un farmacista. Ed è proprio questo che mi è piaciuto tanto: l’idea di non chiudersi nella propria laurea, ma di esserci davvero, per lasciare qualcosa, a prescindere da cosa sia.

Nel fare il medico mi sono scontrata con i problemi della lingua, con l’ineducazione sanitaria, con poche risorse, da non abbondare. Ho visto pazienti giovani perdere un arto per una malattia non curata, mani sfracellate e patologie avanzate che da noi non si vedono più. Ho visto una moglie rifiutare la propria visita per far sì che il marito potesse avere le cure appropriate, perché in quel momento la priorità era la sua. Ho visto persone vivere in posti talmente sperduti, raggiungibili dopo ore di macchina, su strade a picco nel nulla, troppo spesso mangiate dalla montagna. Ho visto cose non semplici, ma altrettante che mi hanno riempito il cuore. Un senso di convivialità, di condivisione, di famiglia intesa come casa, che è difficile spiegare senza commuoversi. Intere famiglie si spostano per stare vicino al malato, lo aspettano fuori dall’ospedale e dormono con lui su una brandina. E poi la casa di Pietro e della Maqui, sempre aperta, dove si condividono merende e pranzi, dove nessuno è mai davvero di passaggio.

Una sera Pietro ha detto una cosa che mi è rimasta impressa: che nella vita bisogna essere “ribelli”, nel senso buono del termine. I ribelli sono quelli che non si accontentano, quelli che provano a cambiare le cose, a fare davvero la differenza. E credo che questo descriva perfettamente anche lui. I racconti della sua vita, e di come abbia sempre sentito il bisogno di prendersi cura dell’ultimo degli ultimi, mi hanno profondamente colpita. In qualche modo mi hanno indicato una direzione, ricordandomi perché ho scelto questa strada e che tipo di medico voglio essere.

Sapevo già cosa significa prendersi cura, ma lì l’ho visto davvero: non solo diagnosi o terapia, ma la persona nella sua interezza, la sua storia, la realtà in cui vive. È uno sguardo a 360 gradi che qui è naturale, ma che nelle nostre realtà spesso si perde, e questo so che me lo porterò dentro, ogni giorno.

Questa esperienza mi è servita dal punto di vista medico, ma soprattutto come persona. Oggi credo davvero nella provvidenza di cui parla Pietro, credo nell’importanza della condivisione, credo nel credere in sé stessi e nel fatto che, restando autentici e scegliendo di essere buoni, si possano fare davvero grandi cose.

Ringrazio tutti e spero, in qualche modo, di riuscire a essere utile anche da lontano.

Dott.ssa Emma
Volontaria di Genova

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