Alla ricerca del Kupuyo

17 Marzo 2026

Nell’area rurale di Anzaldo e nelle sessantanove comunità che lo compongono esiste una tradizione che racconta molto più di quanto sembri a prima vista: il Kupuyo.

Il Kupuyo nasce all’interno della tradizione culturale andina, dove la terra non è una risorsa da sfruttare ma una presenza viva, la Pachamama, con cui si mantiene un rapporto di reciprocità. Qui il principio dell’ayni, cioè dell’aiuto reciproco, è ancora concreto: ciò che si riceve si restituisce, ciò che si semina si condivide. Il Kupuyo incarna proprio questo scambio simbolico e reale tra persone e natura.

Siamo partiti noi due volontarie e il dottor Pietro, senza sapere bene cosa ci aspettasse, ma con curiosità e rispetto. All’ultimo momento alcune infermiere dell’ospedale hanno deciso di unirsi a noi, e così, senza programmarlo, è nato un gruppo speciale, unito dall’entusiasmo e dalla voglia di lasciarsi sorprendere. Pronti all’avventura, ci siamo diretti verso la piazza di Anzaldo, anch’essa in festa per il carnevale, per comprare le foglie di coca e una bevanda alcolica da offrire ai campesinos durante il rito.

Poi la via verso la comunità di Muria: immersa nella natura, raggiungibile solo attraverso una strada sterrata che si arrampica tra colline e rocce. Durante il viaggio il paesaggio, quasi ultraterreno, ci ha avvolti in un silenzio pieno di meraviglia. Le parole del dottor Pietro rendevano tutto ancora più vivo: ci raccontava dei nidi delle aquile incastonati nelle pareti rocciose, delle colline dai mille colori, della stagione perfetta che rende questo verde così intenso da sembrare irreale. Già quel tragitto era diventato un ricordo indelebile.

Arrivati a Muria abbiamo iniziato a sentire la festa prima ancora di vederla: il suono del charango si diffondeva tra le montagne, accompagnato dai canti in quechua che sembravano nascere dalla terra stessa. Durante il rituale, la comunità si riunisce nei campi o negli spazi comuni. Si offrono foglie di coca, chicha e i prodotti della terra – mais, frutta, pane – posti davanti alla croce in segno di gratitudine per il raccolto. Si canta, si suona e si danza. In quel momento avviene anche il passaggio del Kupuyo: il padrino dell’anno precedente consegna simbolicamente la responsabilità al nuovo padrino, che prende con sé i prodotti offerti assumendo l’impegno di custodire la tradizione e rinnovarla l’anno successivo.

Ma più di tutto ricorderemo l’accoglienza: ci hanno fatti entrare nel cerchio come parte della famiglia, hanno intonato canti anche per l’Italia, ci hanno riempito i bicchieri di chicha con generosità disarmante. Non eravamo ospiti, eravamo insieme.

Quello che colpisce è come il rito diventi una forma di coesione sociale e di forza collettiva: si rinnova il patto con la terra, ma anche tra le persone. Aver avuto l’onore di parteciparvi e di sentirsi parte per davvero di questa comunità, è stata un’esperienza unica, profondamente autentica. Una di quelle esperienze che non si raccontano soltanto: si portano dentro per sempre.

Emma e Samantha
volontarie nei mesi da gennaio ad aprile

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