Farsi carico del dolore dell’altro

24 Febbraio 2026

Farsi carico del dolore degli altri è una delle esperienze più difficili che possiamo vivere. Non significa soltanto offrire un aiuto concreto, ma avvicinarsi al punto da condividere interiormente la sofferenza dell’altro. Quando scegli di non restare distante, quando lasci che il dolore dell’altro ti tocchi, inizi a portarne il peso.

Ripenso a Cirila. L’ho conosciuta anni fa, quando ero a Challwiri. Ho vissuto per un breve periodo nella casa di lei con il marito Luciano, una delle famiglie più povere del villaggio. Lui, ancora giovane, andava ad arare i campi, e insieme raccoglievamo le poche patate che la terra offriva. Ricordo di aver pensato: “Come si può vivere con così poco?”. Era una vita fatta di sacrifici, di adattamento, di rinunce silenziose. Eppure nella sua situazione lo ricordo contento e accogliente.

Oggi Luciano è arrivato ad Anzaldo con la moglie Cirila, accompagnata dai suoi figli che non l’abbandonano. Il volto e le gambe gonfie raccontavano già una sofferenza evidente. Dopo i primi esami di laboratorio, la diagnosi era chiara: i reni non funzionavano più. Le ho spiegato che sarebbe stata necessaria la dialisi e abbiamo avviato i contatti con la città.

Ma dire “serve la dialisi” è facile. Realizzarla è un’altra cosa.
Le distanze, la mancanza di mezzi, una famiglia già occupata a sopravvivere, l’assenza di un’assistenza che possa prendersi cura di lei. La dialisi, che altrove è una terapia faticosa ma accessibile, qui diventa quasi un’impresa impossibile.

Quando ha pianto, sono rimasto profondamente colpito: non era solo paura della malattia, era la consapevolezza di una salita durissima. Era il timore di diventare un peso. Era il desiderio di “non disturbare”, di togliersi di mezzo per non gravare sugli altri. “Lasciatemi andare”, sembravano dire le sue lacrime. E questo è un dolore ancora più grande della malattia stessa.

Penso all’Italia, a mio fratello che fa volontariato accompagnando chi deve sottoporsi alla dialisi. Anche lì è una prova pesante: tre volte alla settimana, ore attaccati a una macchina. Ma esiste una rete, qualcuno che accompagna, che sostiene. Qui invece la sensazione è diversa: se non puoi farcela da sola, resti indietro.

Quello che colpisce è l’ingiustizia. Una vita già segnata da stenti e sacrifici che si conclude con un’ulteriore prova, senza colpa, senza motivo apparente. Un dolore che non merita di essere tale.

La cosa più difficile, però, è l’impotenza. Vorresti dire: “Non ti preoccupare, ci pensiamo noi”. Vorresti davvero farti carico di tutto. Ma non sempre è possibile. E questa impossibilità aumenta il peso interiore.

Non ci sono conclusioni semplici. Non ci sono soluzioni immediate. Resta la consapevolezza che condividere il dolore non significa risolverlo, ma almeno riconoscerlo. Non lasciarlo invisibile. Restare accanto, anche quando non si può cambiare il destino.

Forse questo è l’unico modo umano di farsi carico dell’altro: non promettere ciò che non si può mantenere, ma non voltare lo sguardo.

Dottor Pietro Gamba

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