Gli ultimi saranno i primi

3 Marzo 2026

Sono arrivata ad Anzaldo alle 3 di un sabato notte. Tre ore dopo Pietro mi ha svegliata bussando alla finestra accanto al mio letto, chiedendo se volessi andare con lui a una riunione di una comunità campesina a una settantina di chilometri da lì. Ho capito presto che seguire Pietro e cercare di tenere i ritmi delle idee che ha in testa, può non essere facile, ma è sempre sorprendente.

Un lunedì, eravamo a Cochabamba a svolgere le commissioni di inizio settimana e siamo passati davanti al carcere di San Sebastián.

Pietro ha raccontato a me e Samantha, l’altra ragazza volontaria che era ad Anzaldo nello stesso periodo, di essere già entrato lì a portare degli aiuti medici e, parlando, ci è venuta l’idea di andare a proporre una campagna di Pap-test nella sezione femminile del carcere.
Detto fatto: Pietro stava già bussando alla porta del carcere, con la classica ‘delicatezza’ di un italiano determinato ed entusiasta, per la quale ci siamo presi subito i rimproveri della guardia all’ingresso.

La prima reazione dei secondini di fronte alla nostra proposta è stata quella di indicarci i lunghi passaggi burocratici e le procedure infinite che avrebbero reso impossibile portare degli aiuti concreti nel giro di quest’anno. Quando però hanno sentito che i risultati dei Pap-test eseguiti, sarebbero stati restituiti in giornata, ci hanno presentati alla Mayora, ovvero la responsabile della polizia all’interno dell’edificio. Lei ha subito accolto la nostra idea positivamente, tanto che la settimana seguente, alle otto di mattina, entravamo in carcere con un lettino ginecologico e l’intero laboratorio dell’ospedale di Anzaldo, sotto lo sguardo incuriosito e inizialmente scettico della polizia e, in parte, delle stesse detenute. Quando siamo usciti da lì, invece, mi ha quasi commosso la gratitudine con cui ci hanno salutato le donne che avevamo visitato.

La cosa bella, che ti rimane nel cuore, dell’ospedale di Anzaldo, è che funziona un po’ al contrario, rispetto al solito. Viene data la priorità alla gente che spesso la società sembra non vedere.

Per esempio, a un paziente è stata diagnosticata la tubercolosi renale, il giorno dopo il personale dell’ospedale si è mosso per andare a conoscere le condizioni in cui il ragazzo viveva, per capire che cosa si potesse fare per aiutarlo. Ci siamo trovati di fronte a suo padre, ormai non più giovane, che ci ha mostrato fieramente la loro unica fonte di reddito, il campo di patate, frutto del lavoro di una vita.

Poi siamo stati a casa del Tarabuco, un soprannome affettuoso che Pietro ha dato a un paziente conosciuto, che dopo il ricovero ad Anzaldo è dovuto andare all’ospedale di Cochabamba per analisi più approfondite e che, anche lì, ha continuato a essere seguito da Pietro per assicurarsi che avesse le migliori cure.

Un’altra storia di vita a cui ho avuto la fortuna di assistere è stata quella della Mechi, una signora che è stata aiutata da tutto il paese perché potesse permettersi l’intervento al ginocchio di cui aveva bisogno.

A mesi dall’operazione, Pietro o qualcuno del personale dell’ospedale a turno o in gruppo, continuava ad andare a trovarla per farle fare fisioterapia o per cambiarle le ruote della sedia a rotelle, per controllare che appoggiasse correttamente il piede quando usava il girello o semplicemente per tenerle compagnia e non farla sentire dimenticata.

Il concetto degli ultimi che saranno i primi, all’ospedale di Anzaldo, è la priorità assoluta, prende vita ogni giorno e questa inversione di attenzioni è, per me, una delle cose più belle e umanamente significative che si possano vivere, oltre che un grande insegnamento, direi un imprinting per la mia vita, e non solo per quella professionale.

Dottoressa Maria Casella,
volontaria in Anzaldo

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