Spunti del logo della nostra Fondazione

31 Luglio 2025

Ogni giorno passo da una piccola porta che collega la mia abitazione privata all’ingresso dell’emergenza dell’ospedale. È una porticina discreta, incastonata nel mezzo di una grande porta scorrevole pensata per il transito delle ambulanze. Un dettaglio architettonico semplice, ma denso di significato.

Fu lì, su quel marciapiede che abbiamo dovuto rifare nel 1986, quando la nuova strada — chiamata Italia — venne aperta, che decidemmo di lasciare un segno visibile: il simbolo della Fondazione.

Quel logo, ben noto a chi ci accompagna da tempo, rappresenta molto più di un’identità grafica. È una stilizzazione dell’America Latina, riformulata nella silhouette di una madre boliviana che porta in spalla il proprio bambino. Un’immagine essenziale, ma potente. Intorno a lei, un anello di Möbius, simbolo dell’infinito.

Ma ciò che ci interessa non è tanto l’infinito, quanto l’eterno.
L’eterno ha il sapore di Dio. Non è una semplice estensione del tempo, ma una qualità della relazione: non separa, ma unisce, non si conclude, ma si diffonde.

In quel simbolo vivono due Paesi: l’Italia e la Bolivia. Due luoghi geograficamente lontani, ma uniti da una vocazione comune alla cura, alla formazione, all’incontro. Quando varchiamo quella porta, compiamo ogni giorno un gesto silenzioso che tiene insieme due mondi.

L’abitazione privata si apre all’emergenza, il quotidiano si intreccia con il servizio; la vita familiare si incontra con quella comunitaria. È lì, in quello spazio di passaggio, che la formazione si fa incarnazione, gesto concreto, scelta continua.

Il logo della Fondazione non è un marchio. È una testimonianza. La madre boliviana con il bambino sulle spalle rappresenta tutte le madri del mondo, e ogni bambino è una possibilità che chiede di essere accompagnata.

L’anello di Möbius che la circonda ci ricorda che non c’è separazione tra chi dà e chi riceve, tra chi insegna e chi impara, tra chi cura e chi è curato. L’anello che li circonda non ha inizio né fine, come la relazione educativa, come l’amore che accompagna senza possedere.

Questa porta non è solo una soglia fisica: è un simbolo.

Quello che chiamiamo eterno è proprio questo: una rete di relazioni che non si spezza, che non si esaurisce quando finisce il turno, che continua anche quando si chiude la porta.

Ed è questo che vogliamo continuare a costruire, ogni giorno, passando da quella piccola porta. Un segno di ciò che desideriamo costruire ogni giorno: una rete di relazioni che non si spezza, una formazione che non si esaurisce, una cura che non ha confini ma sa trasformarsi e riprogettarsi all’infinito.

Dott. Pietro Gamba 

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