Inno alla vita

14 Maggio 2024

Dopo aver lottato quasi un mese per tenere in vita Erasmo, i suoi figli e familiari si dovettero arrendere davanti a una salute che, anziché migliorare, andava deteriorandosi poco a poco ma inesorabilmente, e decisero di riportarlo a casa sua. Per tutto il nostro personale vedere Erasmo lasciare l’ospedale è stato un duro colpo, ha significato dover ammettere la sconfitta, il fallimento di tutti gli sforzi fatti per salvarlo, con tre interventi chirurgici nel giro di poche settimane. Nei due giorni successivi tutti abbiamo pensato al peggio, sapendo che i suoi parenti erano rassegnati a vederlo morire, e su di noi gravavano lo sconforto e anche un certo senso di colpa per avere nostro malgrado tradito le loro speranze.

Poi, nelle prime ore del mattino, il figlio di Erasmo mi ha telefonato, chiedendomi con voce sommessa e rotta dal pianto, in cui si percepiva un estremo timore, se poteva riportare suo padre in ospedale perché non sopportava di vederlo spegnersi fra tante sofferenze: la peritonite non ancora perfettamente curata aveva causato una nuova perforazione intestinale, e i liquidi circolanti colavano dall’addome.

Erasmo

Il dott. Walter Antezana, il chirurgo che già aveva eseguito i tre precedenti interventi, senza esitazione ha accettato la nuova sfida, affrontando un’altra volta il viaggio non certo agevole dal capoluogo ad Anzaldo e prestando come sempre la sua opera gratuitamente; e all’ora di colazione abbiamo ricoverato di nuovo il paziente, visibilmente sofferente. Gli ho risposto che eravamo pronti a intervenire chirurgicamente per la quarta volta, sempre che da un consulto con il chirurgo le condizioni del paziente fossero risultate idonee a sostenere una nuova operazione.

Il figlio di Erasmo accarezza suo padre in sala operatoria
Dopo aver valutato le condizioni di Erasmo, e affidandoci tutti al Signore della Vita, ci siamo ritrovati un’altra volta sotto la lampada della sala operatoria, io con la responsabilità dell’anestesia, il chirurgo alle prese con l’aspirazione dei liquidi intestinali e la ricerca della perforazione da suturare in un intestino sempre più malandato a causa dell’infezione. Dopo sei ore, Erasmo è uscito dalla quarta operazione molto debilitato, ma completamente ripulito dai liquidi infetti che in precedenza l’intestino perforato lasciava filtrare nell’addome.

Era già sceso il buio quando siamo riemersi dalla sala operatoria, vedere Erasmo uscirne vivo ha suscitato una visibile soddisfazione in tutti noi del personale sanitario, ed il nostro modo di festeggiare è stato gustare un buon piatto di pastasciutta cucinato da Macchi, mia moglie, che insieme a me ‘compie’ 39 anni di attività ininterrotta all’ospedale di Anzaldo, prima come biochimica e ora come farmacista. Riunirci a tavola ha contribuito a rasserenare gli animi di tutti, contenti e consapevoli di aver adempiuto al nostro dovere e di aver compiuto un’azione nel segno della bontà.

Il giorno dopo, quando l’abbiamo svegliato, Erasmo era debole, con pressione bassa, liquidi ed elettroliti scompensati, bisognoso di alimentazione senza che potessimo provvedere per bocca. Grazie anche alla sua fibra forte, temprata da una vita passata lavorando nei campi dissodando la terra arida, avara e secca che in queste zone abbandonate e povere del Paese produce patate e mais in misura a stento sufficiente per sopravvivere, Erasmo ha lottato con noi aggrappandosi al filo di speranza che lo legava alla vita. Ci guardava ringraziandoci e sperando di recuperare le forze dopo l’ultimo intervento; sapendo che entrambi siamo della classe ‘52, mentre mi stringeva la mano con quella sua forte mano callosa di contadino abituato a sforzi da me poco conosciuti mi ha detto scherzando: ‘Se mi rimetto in piedi e andiamo insieme a scavare la terra per raccogliere patate, riesco ancora a batterti’. Una battuta da cui trasparivano un animo ancora forte e una speranza viva.

Il dott. Walter Antezana mentre cura Erasmo

Lui è un semplice e onesto campesino, nato e sempre vissuto nelle terre del Nord Potosì; una persona integra anche sul piano della salute, se non fosse stato per quella puntura d’insetto che gli ha iniettato nel sangue il parassita che gli ha rovinato la funzionalità dell’intestino, causandogli la famigerata malattia di Chagas e obbligandolo a ricoverarsi da noi in Emergenza, dopo aver sopportato fino all’estremo dolori fortissimi e in una condizione così compromessa da rendere la chirurgia l’unico possibile rimedio. Una persona semplice, coraggioso, duro come la terra argillosa e sassosa che ogni anno deve dissodare con il piccone per strapparle un magro raccolto di patate. Nei suoi ricordi, Erasmo racconta di aver partecipato almeno dieci volte al Tinku, una lotta rituale che si tiene ancora oggi nella sua comunità in alcune feste fisse dell’anno, dedicate a propiziare la fertilità della terra, offrendo alla ‘Pacha Mama’ il sangue umano che cola al suolo durante la lotta a pugni nudi fra due uomini di diverse comunità. Una tradizione antica, ancora viva nelle zone lontane del Dipartimento di Potosì, nella quale a suon di pugni in faccia gli uomini offrono alla Terra (Pacha Mama) quello che di più prezioso hanno, cioè il loro sangue, nella speranza che serva per renderla feconda e generosa nella stagione del raccolto.

Erasmo negli utlimi giorni in Ospedale
Per quattro giorni, dopo l’ultima operazione, abbiamo lottato inutilmente contro pressione bassa, insufficienza renale, in un organismo consumato e visibilmente denutrito; un terapista ci ha indicato come agire con due pompe siringhe, alimentazione per via endovenosa e supplemento di albumina, ma alla fine ci siamo dovuti rassegnare, e abbiamo assecondato la sua volontà di tornare a casa per salutare i suoi finché era lucido. Era chiaro anche per lui che gli rimanevano pochi giorni di vita, che voleva utilizzare per congedarsi dai suoi cari. Ancora una volta, vederlo lasciare l’ospedale per chi lo aveva seguito con amorevoli cure giorno e notte è stato come essere messi di fronte alla realtà della sconfitta. . E questa volta in modo definitivo. Al momento del congedo c’era un silenzio che racchiudeva raccoglimento e dolore, e che contrastava con gli schiamazzi gioiosi dei bambini della scuola materna che confina con l’ospedale

La vita che germoglia e la vita che finisce separate da pochi metri, quasi una metafora della condizione umana.
Così abbiamo lasciato andare Erasmo, che è tornato a casa per dire addio a famigliari, parenti e amici, per guardare per l’ultima volta le sue terre, che per tanti anni ha coltivato ricavandone più sofferenze che soddisfazioni. Meglio così, che vederlo spegnersi in un’anonima stanza di ospedale. Non mi resta che stringere e baciare le mani di Erasmo, quelle mani callose e dure che più di tante parole sapranno testimoniare al Signore di una vita di sacrifici, di umile lavoro, una vita che merita ricompensa nel suo Regno di giustizia. Le infermiere hanno pianto nel salutarlo, quasi incredule che tutti gli sforzi di medici, chirurghi e terapisti non fossero valsi a evitare la resa finale. Conoscendo le difficoltà economiche della famiglia di Erasmo, a mia insaputa queste infermiere si sono autotassate raccogliendo l’equivalente della metà dello stipendio mensile di un’infermiera ausiliaria, che hanno offerto a German, il figlio più devoto. Questo giovane umile e semplice come pochi ci ha lasciato un vero esempio di amore filiale, assentandosi per quasi un mese dal lavoro per accompagnare e assistere il padre, credendo fino all’ultimo giorno nella sua guarigione. Gli altri figli al contrario si sono dimostrati distanti, distaccati, preoccupati più che altro dei forti costi a cui pensavano di andare incontro.

Erasmo in Ospedale
Pietro e Margherita compiono 39 anni di servizio nell'Ospedale di Anzaldo

Come detto Erasmo è come me della classe ‘52, e dato che io faccio parte di un gruppo di coscritti su Whatsapp, ho chiesto a Carla, l’amministratrice del gruppo, di promuovere fra gli iscritti una raccolta di fondi per pagare i farmaci necessari alle cure. Quando Erasmo è spirato, ho potuto annunciare al figlio che la Provvidenza aveva pensato alle spese. Il gesto inatteso è stato come un balsamo, che ha alleviato il dolore in German, il figlio buono, che per curare il papà aveva impegnato la sua motocicletta e fatto debiti.

Ancora una volta posso confermare che l’aiuto fatto con Amore diventa Gioia, una gioia che si percepisce profondamente e dona una pienezza interiore che non ha prezzo. C’è ancora tanto Bene nell’uomo quando sa pensare all’altro e aiutarlo nella sofferenza. Il dono all’altro ha il potere di elevarci sopra le nostre miserie e farci superare ogni nostra piccolezza che altrimenti ci abbatterebbe, l’apertura al prossimo esprime il valore più alto dell’umanità, è un solido insegnamento di Verità del Vangelo.

Dott. Pietro Gamba

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